Riflessioni sul Senso della Vita Intervista a Eugenio Lecaldano

Riflessioni sul Senso della Vita.
Intervista a Eugenio Lecaldano

Aprile 2012

Eugenio Lecaldano è ordinario di Filosofia morale presso la Facoltà di Filosofia dell'Università di Roma La Sapienza, dove dirige anche il Master di Etica pratica e bioetica. È membro dei comitati scientifici delle riviste "Ethical Theory and Moral Practice", "Iride", "Ragion Pratica", e dei comitati direttivi di "Bioetica", "Filosofia e questioni pubbliche", "Rivista di Filosofia". È membro del Comitato Nazionale di Bioetica. È stato fra i fondatori della Società Italiana di Filosofia Analitica. Dirige la collana "Etica Pratica" per l'editore Laterza. Nel 1997 per il volume Etica (UTET Libreria, 1995) è stato insignito dall'Accademia delle Scienze di Torino del premio "Cesare Gautieri" per la Filosofia del centenario 1896-1996.

Tra le sue pubblicazioni edite da Laterza si ricordano: Hume e la nascita dell'etica contemporanea, (III ed.), 2001; Bioetica le scelte morali, 2005; Un'etica senza Dio, 2006; Dizionario di bioetica, (II ed.), 2007; Prima lezione di Filosofia Morale, 2010.

 

1) Normalmente le grandi domande sull’esistenza nascono in presenza del dolore, della malattia, della morte e difficilmente in presenza della felicità che tutti rincorriamo, che cos’è per lei la felicità?

Personalmente credo che ci sia molta retorica nell’ idea che una riflessione sul senso della propria esistenza nasca in situazioni di sofferenza e dolore.
Sottolineo che tutte queste riflessioni sono largamente personali, nel senso che dipendono da quello che è accaduto nella mia vita e cercano di elaborare reali esperienze che mi sono capitate. In nessun modo si tratta di considerazioni oggettive. Dunque, nel momento in cui queste considerazioni assumono una formulazione linguistica, esse possono forse interessare chi ha avuto esperienze analoghe o chi è aperto al resoconto che altri danno delle proprie esperienze – a meno che, con Wittgenstein, non riteniamo che le grandi domande sull’esistenza e sul senso della vita si dissolvono nel momento stesso in cui troviamo per esse una riposta e non abbiamo più alcun bisogno di esprimere con il linguaggio questa scoperta.
Nelle occasioni in cui ho avuto a che fare con malattie o sofferenze le mie condizioni erano tali che non avevo alcuna forza ed energia intellettuale per dare un senso a ciò che mi stava accadendo. Ciò che aspettavo era solo che le sofferenze passassero e la mia mente fosse più libera per ripensare a quello che mi era accaduto. Di certo la malattia non mi ha convinto a credere che le sofferenze siano una condizione che stimola le mie capacità di comprendere la realtà, ma mi ha molto aiutato a capire ciò che conta nella mia vita e ad apprezzare il ritorno ad un normale tran-tran fatto anche di piccole cose (svegliarsi, la colazione, la preparazione delle lezioni ecc.), una volta appreso cosa significa essere malato. Forse la felicità, per quanto mi riguarda, è proprio questo tranquillo tran-tran quotidiano fatto delle cose semplici e delle attività abituali che riempiono la mia giornata; mentre mi sfugge la possibilità di esprimere giudizi così stabili e definitivi come sembra ammettere chi ricorre al linguaggio della felicità, e persino il vero significato di frasi come ‘oggi sì che sono felice!’, o ‘mi manca tanto la felicità’.

Non diversamente, ritengo sia troppo affannosa e triste la vita quando si ammala o ci viene a mancare una persona a noi cara per riuscire a collegare a queste condizioni le riflessioni sul senso della vita. Anzi, dopo che le tempeste sono passate, ti è chiaro che sofferenze e dolori non hanno in sé alcun valore. In effetti lentamente attraverso le mie esperienze sono riuscito - o almeno così spero -  a liberarmi di miti e ideologie molto diffuse nella mia giovinezza, che indicavano nella sofferenza una condizione che permetteva di crescere: un atteggiamento che porta a covare la malattia - ad esempio la depressione -  come connessa con una eccezionale e sofisticata  capacità di percepire e sentire che si collegherebbe al soffrire (una tematica al centro di molti romanzi di Thomas Mann). Ricordo come un grande avanzamento nella mia vita gli anni nei quali lentamente sono riuscito a liberarmi dall’idea che la condizione di sofferenza può accrescere le proprie capacità di comprensione. Ciò non vuole dire che dopo aver attraversato periodi di sofferenza le realtà di cui facevo esperienza non avessero una particolare intensità e luminosità: ma probabilmente in modo analogo a quello che accade ad un naufrago che raggiunge finalmente la terra ferma. Dato che nella mia vita è presente sia l’esperienza del soffrire sia quella dell’uscire dal soffrire non sono in grado di generalizzare e dire qualcosa su una vita in cui il soffrire è sempre presente o nella quale non via sia mai alcuna sofferenza: certamente non userei i termini ‘inferno’ per la prima e ‘paradiso’ per la seconda.

La maturità, o quell’obiettivo a cui si potrebbe cercare di giungere formando il proprio carattere, mi sembra stia nell’evitare le sofferenze laddove questo dipenda da noi e nel cercare di realizzare condizioni di serenità, tranquillità e anche intensità di vita con i nostri cari e nelle attività che preferiamo. Chiamare tutto questo felicità significa pretendere di dare uno statuto oggettivo a quello che non può non essere personale. Queste mie riflessioni personali, oltre che dalle esperienze, sono state precisate e  rafforzate dall’incontro con pensatori del passato, come spesso mi accade. Ad esempio leggendo le opere di David Hume e John Stuart Mill ho imparato a comprendere le diverse implicazioni dello sforzo di mettere da parte quella componente di dolorismo - ovvero del culto del dolore come strumento di conoscenza e dunque come un valore - che è presente in alcune versioni dell’etica cristiana.

 

2) Professore Lecaldano cos’è per lei l’amore?

Anche nella risposta a questa domanda debbo fare riferimento alla mia esperienza personale. Debbo dunque pregare il lettore di perdonarmi perché questa mia risposta risente di un lungo sforzo fatto nel cercare di liberarmi dalla retorica sull’amore così fortemente diffusa nel nostro paese. Tale retorica, facendo dell’amore una sorta di forza cosmica e quasi un dovere universale, ovvero una emozione che va sentita sia per Dio che per tutti i nostri simili, secondo me crea gravi problemi nelle vite concrete delle persone. Da una parte queste persone si sentono inadeguate alla richiesta, fortemente espressa dal senso comune della società in cui vivono, che per essere persone dignitose devono provare questo tipo di amore; dall’altra, impegnandosi nel soddisfare questi schemi di agapismo perfezionistico, finiscono spesso con il perdere di vista una dimensione più reale e umana dell’amore e dell’affettività. Molto spesso, per non dichiarare fallimento, sono costrette ad aggrapparsi all’uso di espressioni ipocrite che possono scambiare con le altre persone e che permettono la convergenza in un linguaggio svuotato di qualunque contenuto affettivo reale. Ma certo potrei sbagliarmi.  Comunque per me è stato faticoso dare un senso a questa espressione essendo continuamente accerchiato da persone che riempivano i loro discorsi di questa parola e rendevano spesso impossibile continuare a usare questo concetto, specialmente se si badava alla loro effettiva condotta. Si può amare una persona se non si riconosce la sua peculiare sofferenza o non si riconosce che essa ha tutti i nostri stessi diritti? Di certo amare una persona è differente da istituire con essa relazioni che vengono considerate apprezzabili dal punto di vista della sensibilità morale, ma non si riesce a capire che cosa farsene di un amore talmente astratto o incolore da non accompagnarsi con il riconoscimento del valore della persona amata. Per cui di certo non posso negare che molti miei concittadini  amino il loro dio, ma posso negare che amino gli immigrati, i gay, i diversi, gli atei, i morenti che chiedono l’eutanasia, le coppie che vogliono ricorrere alla fecondazione assistita con donazione di gamete ecc.

Al di là del frastuono di fondo veramente intollerabile in un paese cattolico che è sicuro di distribuire a tutto il mondo tanto amore, ho poi avuto la fortuna di trovare un senso per questa espressione in relazioni speciali avute nel corso della mia vita con persone particolari. Forse relazioni così diverse che non possono permettere di dare un significato univoco a questa parola. Il senso che privilegerei è quello legato non solo ad una relazione affettiva profonda e indispensabile per la propria vita, ma anche alla propria vita sessuale, fisica e corporea. L’amore si presenta dunque come una relazione del tutto personale con un’altra persona, di volta in volta con persone diverse, che passa comunque attraverso una relazione fisica e corporea  di vicinanza e che in alcuni casi si collega con una precisa dimensione erotica e sessuale. Una caratterizzazione che può essere data solo da chi, come chi scrive, è stato fortunato a questo proposito;  tanto fortunato da poter prendere le distanze non solo da quelle concezioni retoriche dell’agapismo universalistico cristiano ma anche da quelle ricostruzioni affascinanti e psicologicamente efficaci dell’amore come passione non solo esclusiva, ma in un certo senso estrema e distruttiva che troviamo rappresentata nei films di François Truffaut. Una vicenda biografica fortunata che permette di trovare un senso del tutto personale e individuale a espressioni quali ‘l’amore è una condizione necessaria della vita’, o ‘senza amore tutta la vita è vuota’ ecc.

 

3) Come spiega l’esistenza della sofferenza in ogni sua forma?

La spiegazione che mi sembra più accettabile è quella che molto faticosamente fornì Charles Darwin vivendo personalmente il grande dolore della morte della figlia Annie (tra l’altro questa vicenda è raccontata in modo coinvolgente da Randal Keynes in un libro tradotto da Einaudi nel 2007, Casa Darwin, il cui sottotitolo ne mostra la pertinenza, Il male, il bene e l’evoluzione dell’uomo). Si tratta di una realtà sperimentata da tutti gli esseri viventi forniti di una minima struttura nervosa, la cui origine del tutto casuale può avere una spiegazione solo biologica ed evoluzionistica. Tutti i tentativi di fornirne non tanto una spiegazione quanto una giustificazione falliscono. La sofferenza (o il dolore), come d’altra parte il piacere, sono un dato della biologia degli esseri viventi e dunque di certo costitutivi dell’esperienza umana non diversamente dal nascere, morire, invecchiare ecc. I tentativi teologici di giustificare la sofferenza rinviando a qualche progetto generale di un Autore della natura mi sembrano ridicoli o moralmente barbari. Infatti sono ridicoli quei tentativi che cercano di immunizzare le sofferenze vedendole come parte di un progetto razionale che permette alla felicità e alla gioia di trionfare comunque: peggio di favolette raccontate a bambini in una serata di tempesta vicino al fuoco per alleviare la loro paura. A proposito dell’irrazionalità di queste giustificazioni, le conclusioni avanzate da Pierre Bayle già all’inizio del XVIII secolo non sembrano evitabili. Egli argomenta che la presenza del dolore e della sofferenza nelle nostre vite mette definitivamente in crisi l’idea di un autore della natura onnipotente e benevolo: infatti, se la sofferenza è un dato del nostro mondo si deve concludere che Dio non è  così onnipotente come si crede, oppure è malvagio. Non accettabile mi sembra anche l’altra giustificazione teistica della sofferenza, quella che la vede come una punizione divina rivolta ai malvagi. Questa tesi è ovviamente falsa, poiché sappiamo fin troppo bene che dalla sofferenza non sono risparmiati neppure i bambini innocenti che stanno per concludere la loro vita, o animali non umani del tutto inconsapevoli e pacifici, senza che ci sia nessuna giustificazione etica possibile alla distribuzione della sofferenza. Più radicalmente: a me sembra che la mentalità di un Dio giustificato a farci soffrire per punirci  delle nostre colpe o in questa vita o in un’altra non può non essere considerata moralmente ripugnante; e una concezione profondamente barbara la considerava infatti John Stuart Mill, quando nella sua autobiografia spiegava le ragioni del suo ateismo. Speriamo che la cultura umana possa in futuro contare su forme di civilizzazione capaci di liberarci da queste credenze malvagie legate ad istinti, quali la vendetta o la legge del taglione, spesso attribuiti alla condotta divina secondo le rivelazioni delle grandi religioni monoteistiche. Ma - come ha argomentato convincentemente Sigmund Freud - non c‘è da illudersi, data la profondità nella nostra psicologia di cariche negative come l’aggressività e il risentimento; e già prima di lui  Hume era altrettanto convinto che la natura umana fosse fatta di un impasto di lupo e colomba.

Una volta che siamo consapevoli, come dovremmo, che la sofferenza è un male, non dovremmo farci manipolare dai fanatici e dai cinici fatalisti con discorsi del tipo ‘la sofferenza è inevitabile’ o - orrendo pensiero – ‘la sofferenza è meritata’. Si tratterà piuttosto di agire per ridurre le situazioni in cui gli esseri umani (e in realtà tutti gli esseri viventi consapevoli) subiscono sofferenze non volute per la condotta di altri esseri umani. Nessuna fedeltà ad un principio può giustificare una nostra condotta per la quale facciamo patire ad un’ altra persona umana una sofferenza che va contro la sua volontà.

 

4) Cos’è per lei la morte?

Naturalmente distinguerei tra la morte delle altre persone, in particolare quelle che mi sono care, e la mia morte. La morte delle altre persone è una esperienza drammatica e talvolta insuperabile nel senso che cambia radicalmente o distrugge la propria esistenza: al solo pensare alla morte di una persona alla quale siamo profondamente legati da molto tempo ci spauriamo e sentiamo che non riusciremo più a vivere. Su di un piano meno personale possiamo fare poco, tranne aiutare il tempo nella sua capacità di consolare. Ma sia per quello che riguarda la propria morte come per quello che riguarda la morte altrui, forse dobbiamo fare di tutto per mantenere la consapevolezza che, per quanto si tratti di una inevitabile e di certo tragica conclusione delle vite umane, ancora più tremenda è quella morte che per mancanza di sensibilità di coloro che sono vicini al morente si realizza con un processo che il morente stesso in mille modi ha rifiutato, vivendolo come un modo non dignitoso di morire.

Per quello che riguarda la mia morte, essa è una situazione largamente prevedibile e inevitabile, di conseguenza si tratta di una situazione relativamente alla quale non posso restare completamente passivo. Ritengo infatti che la mia generazione abbia tra i suoi compiti quello di affrontare la questione del proprio morire come una questione eticamente rilevante: poiché oggi non si sa più cosa voglia dire ‘morte naturale’, non possiamo più affidarci alla convinzione che a stabilire la nostra morte sarà la natura.  Ovviamente non siamo in grado di prevedere né quando né come moriremo, tuttavia ci sono certe eventualità della nostra morte non solo possibili ma in realtà probabili, sulle quali non possiamo non riflettere per cercare di affrontarle responsabilmente. Da una parte dobbiamo prevedere situazioni in cui, consapevoli, dovremo avere la forza di rinunciare alle cure inutili che in un paese cattolico vorranno comunque infliggerci, sulla base di una concezione della positività della sopravvivenza comunque, concezione che non è la mia e che non ha dalla sua nessuna giustificazione morale. Come ho già detto, non potrò che essere io a stabilire consapevolmente la utilità di subire determinate sofferenze o meno, ma non posso al contempo evitare di prepararmi responsabilmente anche all’eventualità in cui la mia morte avvenga alla fine di un periodo più o meno lungo durante il quale vi è una completa perdita di consapevolezza da parte mia; durante tutto questo periodo immagino di dover trascinare una vita puramente vegetativa con l’aiuto di strumenti che vicariano le funzioni essenziali per giorni, settimane, mesi o anni. Questa condizione per la mia morte mi sembra eticamente inaccettabile - del resto, la difesa della libertà naturale, tra gli altri, è stata chiaramente argomentata già a metà del secolo XVIII da David Hume nel saggio sul suicidio - sia per un dovere verso me stesso e la mia idea su come è dignitoso vivere, sia per un dovere verso gli altri, quelli che ci sono più vicini ma anche l’insieme della comunità in cui viviamo, sulle cui vite penso non si debba pesare al di là  di certi limiti. So che queste mie convinzioni, compresa quella per cui ritengo giusta la richiesta di essere aiutato a morire in certe condizioni, con una forma di suicidio assistito o di eutanasia, non potranno mai essere realizzate pienamente nella società italiana, che ostacola in tutti i modi con le leggi questa concezione della dignità e dunque della doverosità di poter intervenire a decidere sui modi della propria morte. Mi trovo così a subire la condizione in cui la società in cui vivo, con una inaccettabile forza di intromissione e coercizione in ciò che dovrebbe essere lasciato alla libertà personale, mi nega persino il diritto fondamentale di riempire una direttiva anticipata, con un minimo di valenza effettiva, sottoscrivendo le richieste di cessazione delle cure e dell’uso di strumenti artificiali. Mi sembra che battermi per una trasformazione di questa situazione, scrivendo e parlando in pubblico, sia uno dei compiti che ancora ho la forza di fare. Anche se spesso - come su molte altre questioni che riguardano lo sviluppo dei diritti civili  nel nostro paese - mi viene da pensare che io e altre persone che hanno gli stessi convincimenti siamo stati finora completamente perdenti. Non aiuta certo alla rassegnazione prendersela con la sorte, che ha fatto nascere in un paese illiberale, dominato da una moralità come quella cattolica, me e persone come me che ritengono tale moralità una forma barbara di assolutismo eteronomo. Spesso agli incubi sulla morte si aggiungono gli incubi sul dover morire in una paese spietato, che impone a tutti regole che invadono la loro vita intima e personale. Dunque, non facendomi illusioni e non volendo subire sulla fine della mia vita le coercizioni di uno stato e di una società totalitaria, né volendo affidarmi alla casualità della benevolenza altrui, dovrò ricorrere a strutture ammesse all’estero per porre fine, in certe condizioni, ai miei giorni? Tuttavia sto rinviando ancora di fare tutto ciò che occorre per preparare una tale eventualità, o per una imperdonabile leggerezza  o forse per una residua speranza nella crescita morale della società in cui vivo. Una crescita che richiede che le persone siano lasciate libere di scegliere come morire: accanto a coloro che ritengono di non dover fare nulla o di dover fare di tutto per sopravvivere, spero ancora che presto abbiano cittadinanza anche coloro che ritengono che la loro vita, in certe condizioni, possa considerarsi conclusa. Sono sicuro che prima o poi anche nel nostro paese queste convinzioni saranno accettate, forse troppo tardi per la generazione cui appartengo, che dunque dovrà aspettarsi, oltre alla fatica di prepararsi a morire, anche l’orrore di dover subire quanto non potremo mai accettare come dignitoso.

 
5) Sappiamo che siamo nati, sappiamo che moriremo e che in questo spazio temporale viviamo costruendoci un percorso, per alcuni consapevolmente per altri no, quali sono i suoi obiettivi nella vita e cosa fa per concretizzarli?

Credo che la vita di ogni essere umano sia fortemente condizionata dalla sorte: una tesi che in formulazioni diverse troviamo nella filosofia di Aristotele e in quella di David Hume, che molto mi ha aiutato a divenire consapevole della mia esperienza. Alla sorte devo la nascita in un paese e in una famiglia e in un certo momento della storia dell’umanità e di conseguenza in uno specifico contesto storico-culturale e con determinate opzioni di fronte a me, mentre altri che sono nati altrove o anche nel nostro paese ma in una differente condizione sociale hanno trovato naturalmente davanti a sé qualcosa di ben diverso. Alla sorte debbo anche molto l’essere riuscito, sia pure con qualche lentezza e fatica, a mettere al centro della mia vita quello che in definitiva era per me importante e anche fonte di piacere. In effetti molta fortuna ho avuto nel poter mettere al centro della mia esistenza quello che non solo trovo importante e significante ma anche mi piace fare, studiare, insegnare, scrivere, discutere di questioni filosofiche e inoltre avere tempo libero da dedicare alla lettura di romanzi, all’ascolto della musica e a vedere films. Sicuramente sono un privilegiato. La sorte mi ha anche aiutato permettendomi di avere un contesto di relazioni personali che ha accettato che queste fossero le mie priorità di vita: forse con una prevalenza dell’insegnamento da cui ho ricavato le maggiori sollecitazioni ed esperienze. Non è dunque stata una fatica per me, e tuttora non lo è, svolgere per larga parte della giornata le attività che maggiormente mi gratificano. Un po’ di responsabilità forse ho avuto e ho tuttora nei particolari contenuti che ho privilegiato e dunque, di volta in volta: la filosofia analitica anglosassone, il pensiero inglese dal Settecento ad oggi e principalmente David Hume, Adam Smith, Jeremy BenthamJohn Stuart Mill, e ancora  le questioni della bioetica,  la possibilità di avere un’etica facendo a meno delle religioni, le potenzialità di una prospettiva sulla morale che metta al primo posto i sentimenti e non la ragione. Molto del mio sforzo è stato quello di far conoscere meglio alle mie studentesse e ai miei studenti pensatori, testi, idee che mi sembravano sottodeterminate e che ritenevo importante fossero più conosciuti nella nostra cultura italiana. Muovendomi in una cultura che mi sembrava e mi sembra tuttora dominata da tendenze antiscientifiche e da un forte conformismo per le questioni dell’etica, dovuto al preponderante peso della morale cattolica, ho creduto che far conoscere meglio queste impostazioni secolari centrate sull’importanza della scienza e dell’esperienza poteva essere un buon contributo per il progresso della cultura del nostro paese. Non insisterei però più di tanto - anche se avrei qualche argomento - né sulla giustezza di questa linea di lavoro né sull’esito positivo dei miei sforzi. Propendo anzi nel ritenere  scarsi o quasi nulli gli esiti dei miei tentativi sul piano sociale e culturale, come del resto accade sempre per le elaborazioni così astratte e complesse della filosofia che si rivolgono a un uditorio molto limitato. Ma questo giudizio negativo e drastico sul piano oggettivo non mi sembra tolga il gusto che continuo a provare nelle attività che - una volta finito di insegnare - svolgo quotidianamente e cioè studiare, scrivere, discutere pubblicamente di filosofia. Del resto sono consapevole che prima o poi dovrò far ruotare le mie giornate su altre attività, quando non avrò più né la salute né la forza intellettuale necessarie  per gli impieghi del tempo che ho privilegiato finora e non sono sicuro di avere le risorse per accettare serenamente tipi diversi di quotidianità nè so, a quel punto, cosa mi offrirà la sorte o cosa sceglierò con quel poco di libertà che mi sarà rimasta.

 

6) Abbiamo tutti un progetto esistenziale da compiere?

A questa domanda si può rispondere in due diversi modi, o sul piano descrittivo e fattuale, ma in questo caso cederei la parola alla biologia e alla psicologia, poiché io non avrei molto da dire; oppure sul piano più normativo, e in questa direzione mi sembra di poter procedere con un argomento che si può  distinguere in due punti. Il primo - come affermava John Stuart Mill – è che tutti gli esseri umani vanno considerati come esseri impegnati, nel corso della loro vita, in un progetto di progressione e di sviluppo. Il secondo è che tale progetto non può essere valutato sulla base di concezioni generali su quelli che sarebbero i fini propri dell’essere umano. Ciò significa che ciascun essere umano – cioè tutti gli esseri umani, senza distinzione di sesso, cultura, nazionalità,  status economico ecc. - è dotato di una libertà naturale che lo porta a cercare di realizzare il suo personale piano di vita. Non vi sono dunque valori oggettivi e assoluti che possano graduare, gerarchizzare i diversi modi in cui ciascuno sviluppa il proprio progetto nel tempo della sua biografia; anzi, come è evidente, bisogna salvaguardare e stimolare la ricerca del proprio progetto da parte di ciascuno.

Questa tolleranza va poi fatta interagire con un’altra pretesa normativa ricavabile da Mill, ovvero che gli esseri umani preferiscono essere un Socrate insoddisfatto piuttosto che un maiale soddisfatto. Questa è, com’è ovvio, una tesi che dobbiamo riuscire a rendere ragionevole con le nostre argomentazioni. In genere l’attività dell’insegnare e il contesto della scuola dovrebbero essere finalizzati proprio a mostrare come nella società e nella cultura esistano attività e impieghi del tempo qualitativamente migliori di altri. Il fallimento eventuale di istituzioni quali la scuola pubblica non credo giustifichi lo scetticismo o il cinismo sulla possibilità di rendere evidente la ragionevolezza di questa tesi. La scuola e la discussione pubblica dovrebbero ruotare intorno a questo, puntare ai meriti reali liberandosi delle apparenze. Una società si avvita su sé stessa quando questo obiettivo non è più al centro della sua attenzione. Se poi questo compito viene affidato alle chiese, come spesso è successo nella nostra storia, principalmente negli ultimi vent’anni con il dilatarsi della vuotezza dei mass-media, non possiamo non assistere a processi sociali di forte involuzione.

 

7) Siamo animali sociali, la vita di ciascuno di noi non avrebbe scopo senza la presenza degli altri, ma ciò nonostante viviamo in un’epoca dove l’individualismo viene sempre più esaltato e questo sembra determinare una involuzione culturale, cosa ne pensa?

Di certo bisogna prendere le distanze da quelle forme di individualismo, eredi dell’antropologia di Hobbes, che ritengono che ciascun individuo è spinto solo dalle molle della paura e dell’accumulazione di beni materiali. Questa concezione degli individui mi sembra il frutto di una ideologia astratta fatta valere da gruppi e ceti che, rappresentando così gli individui, possono calpestare libertà e diritti individuali e lottare contro le diversità personali in nome dell’appiattimento e del conformismo. Questi ceti e gruppi, una volta negata la realtà e il valore delle individualità, possono riproporre la vacua retorica del bene comune in nome del quale salvaguardare il proprio  potere. Nel nostro paese non ha mai avuto molta fortuna l’idea, presente negli Illuministi e in pensatori utilitaristi come John Stuart Mill, che la natura umana come tale non esiste e che esistono solo individui - se si vuole, con un linguaggio da noi più commestibile: ‘persone individuali’. Senza questa concezione individualistica non c’è discorso in termini di libertà, eguaglianza e dignità che tenga, nel senso che questi valori possono essere fatti valere solo per individui, non certo per gruppi, comunità o società. Non mi sembra che tutti i discorsi sul fatto che ciascuno di noi è manipolato, controllato, condizionato possano giustificare il mettere in secondo piano le persone individuali. Certo, nella mia vita talvolta mi sono accorto di essere stato manipolato o controllato. Certo, capisco che tutte le mie scelte sono condizionate e limitate, nel senso che mi sono sottratte quelle che potrei fare in condizioni migliori per me irraggiungibili, o non mi sono presenti con l’urgenza con cui dovrebbero le scelte che si trovano di fronte persone di un altro sesso ( o che vogliono liberarsi dalla secca alternativa sessuale delle carte di identità), i giovani senza lavoro, le donne in gravidanza o quelle che subiscono violenza fisica e psicologica, le persone con gravi debilitazioni, gli immigrati che raggiungono le nostre coste ecc. Tutte queste scelte individuali posso solo immaginarle eventualmente facendomi aiutare, oltre che dai discorsi con la gente, dalla letteratura e dal cinema. Per cui il parlare di difesa della persona individuale, nel mio caso, può avere il significato di difendere un privilegio o una serie di privilegi e potrebbe essere illusoria la pretesa che si possa fare qualcosa - anche limitando alcune delle proprie opzioni - affinché analoghi privilegi e facoltà siano riconosciuti al maggior numero possibile (e possibilmente a tutti) di coloro che vivono nelle nostre società.  Ma non capisco perché dovrei poi cedere: le mie capacità personali di riflessione o  simpatizzare o approvare o disapprovare; il mio tentativo di impegnarmi per dare analoghe capacità ad altri, ai giovani e alle generazioni future. E abbracciare l’alternativa di portare tutto questo all’ammasso della difesa di qualche gruppo o comunità o chiesa. Per cui ritengo che, malgrado l’accezione negativa che esso ha in un paese comunitarista come il nostro (dove prevalgono le famiglie, i partiti, le classi, le chiese ecc.), l’individualismo vada difeso contro i mistificatori che lo riducono ad una concezione dell’homo economicus. A me sembra, veramente, che l’individualità sia la bandiera per l’estensione delle libertà e dei diritti a tutti gli esseri umani (e forse a tutti i senzienti dotati di consapevolezza).

 

8) Il bene, il male, come possiamo riconoscerli?

Personalmente ritengo che si possa, come esseri umani, distinguere tra ciò che è bene e ciò che è male, in quanto non possiamo fare a meno di partecipare (le parole più usate sono ‘simpatia’ o ‘empatia’) alle gioie o alle sofferenze in primo luogo di coloro che ci sono più vicini, ma in realtà di tutti gli esseri umani (meglio: di tutti gli esseri senzienti consapevoli) con cui entriamo in contatto. Come potremmo mai essere indifferenti al pianto di un bambino o di una bambina che soffre, o all’oscillare di una persona che davanti a noi sta per precipitare da un muro se non la reggiamo? Questa partecipazione ci dice con chiarezza che, come nel nostro caso, le gioie sono positive e le sofferenze sono negative e ciò sta alla radice della diversità tra bene e male. La nostra sensibilità, o sentimento morale, è nient’altro che una espansione di questa simpatia, per cui non possiamo evitare di considerare viziosa la condotta di una persona che causi ad altre persone delle sofferenze che esse non vogliono. La moralità ha infatti a che fare con la nostra reazione alla condotta di altre persone, che in nessun modo valutiamo alla stregua di eventi naturali: non avrebbe alcun senso, infatti, accusare un terremoto di essere cattivo o malvagio, mentre non riusciamo ad essere indifferenti nei confronti degli aguzzini che usano (o hanno usato) il loro potere per uccidere, torturare e imprigionare le persone. Ripeto: la nostra disapprovazione per chi tortura un altro essere umano è quasi necessaria sulla base di come siamo fatti.

Diventa chiaro, allora, che è del tutto erroneo derivare la distinzione tra il bene e il male da qualche ragionamento o da qualche ordine imposto da un essere superiore, magari una divinità. Nessun ragionamento o ordine può farci sentire la negatività delle sofferenze altrui in modo così diretto come può fare la nostra sensibilità morale anzi, un ragionamento non accompagnato da una concreta sensibilità è del tutto inutile. Va anzi rilevato che generalmente distinguere tra bene e male muovendo dal richiamo alla ragione o a principi o a comandi in morale è stata nella storia dell’umanità la via con cui si è finito con l’annullare o contrastare quello che risulta chiaro con immediatezza sulla base della sensibilità. Pensiamo alle atrocità commesse da forme di razzismo o di fanatismo religioso che in nome di principi aberranti hanno oscurato in coloro che li condividevano l’esperienza sensibile che tutti gli esseri umani con cui avevano a che fare erano esattamente come loro per quanto riguarda le gioie e le sofferenze. Il nucleo portante della moralità sta dunque nell’evitare in tutti i modi di produrre negli altri sofferenze non volute (ed eventualmente provare ad accrescere le condizioni che permettono agli altri di gioire).

Sfortunatamente la nostra storia ci ha mostrato e continua a mostrarci la presenza di esseri umani e spesso anche di gruppi o strutture organizzate che non tengono in alcun conto le sofferenze altrui e si muovono schiacciando, opprimendo, uccidendo, torturando nei modi più orribili. E non abbiamo solo esperienza di singoli individui con forti disturbi, che diagnostichiamo come psicopatici, che commettono atti efferati; sappiamo purtroppo che tutta l’elaborazione sui diritti umani, nel corso dell’ultimo secolo, si è dovuta confrontare con la barbarie di vere e proprie strutture sociali psicopatiche: come ad esempio ha documentato Antonio Cassese nei suoi libri che narrano della sua esperienza di giudice nelle corti internazionali penali e dei diritti. Nulla ci garantisce che nel nostro futuro non si realizzino i nostri incubi peggiori e che la fragile forza della sensibilità morale individuale non possa finire con illanguidirsi ulteriormente. Non è del tutto impossibile che un eventuale processo del genere si realizzi, comportando probabilmente la scomparsa dell’umanità; contro questi abissi non possiamo che ribadire  le nostre raccomandazioni etiche sperando che siano capaci di opporvisi.

 

9) L’uomo, dalla sua nascita ad oggi è sempre stato angosciato e terrorizzato dall’ignoto, in suo aiuto sono arrivate prima le religioni e poi, con la filosofia, la ragione, cosa ha aiutato lei?

In primo luogo probabilmente sono stato aiutato dalla crescente consapevolezza che larga parte della mia vita è affidata al caso, dato che le mie capacità di controllare quello che mi accadrà nel futuro sono molto limitate. Mi sembra poi che, da questo punto di vista, la mia vita non sia diversa da quella degli altri esseri umani. Bisogna distinguere bene tra la consapevolezza di non poter evitare il caso dalla paura o l’angoscia per l’ignoto. Paura e angoscia certo sono stati d’animo che possono accompagnare larga parte della nostra vita proprio per la consapevolezza di quanto poco possiamo controllare o prevedere quello che ci accadrà. In un certo senso, come è ineliminabile la consapevolezza che la nostra dimensione oggettiva è affidata alla casualità, così potremmo sostenere che dalla nostra vita è ineliminabile la presenza della paura e dell’ angoscia. Mi sembra frutto di errori conoscitivi e di una concezione sbagliata della vita umana cercare di eliminare completamente paura e angoscia dalle esistenze umane. Tanto più mi sembra che ci troviamo di fronte a mezzi terapeutici inaccettabili se tali rassicurazioni - ammesso che siano capaci di funzionare durevolmente - sono connesse alle illusioni delle religioni, che affidano la vita individuale alla protezione di una provvidenza divina e, nel timore che ciò non basti a garantire il potere di chi amministra queste illusioni, fanno leva sull’ulteriore mito consolatorio di un’altra vita, la vera vita, dopo la morte. Non riesco proprio a capire come ci si possa tranquillizzare raccontandosi narrazioni che non reggono ad alcuna riflessione critica basata su di un minimo di esperienza su come stanno effettivamente le cose del mondo.

Nella mia vita, poi, il superamento di condizioni insostenibili di paura ed angoscia per quello che mi poteva capitare nel futuro non mi sembra sia stato realizzato con l’aiuto della ragione. L’aiuto dei saggi stoici o di Pascal o dei romanzi di Thomas Hardy non mi ha affatto aiutato a superare paura, angoscia o disperazione per un futuro che mi sembrava cupo e senza speranza. Né queste condizioni, nel mio caso, avrebbero potuto essere spazzate via affidandomi con fede a un essere supremo o a un’altra vita. Non credo in queste dottrine e dunque sarebbe stato assurdo percorrere questa strada. Un notevole aiuto, invece, mi è giunto dall’approfondimento, condotto con uno psicoanalista, delle radici profonde del mio malessere: una incapacità di accettare l’aleatorietà dell’esistenza, che spesso ci imprigiona in difese morbose finendo con l’ottundere la sensibilità, l’affettività e le passioni che sole ci permettono di abbandonarci al piacere o al dolore per gli eventi che si stanno sviluppando in un certo momento della propria vita. La cura non viene dunque da ragionamenti ma dal coinvolgimento nelle esperienze che si sviluppano nell’esistenza e da un recupero del nostro attaccamento a persone e ad attività. Nulla, tuttavia, garantisce che di fronte ad evenienze quali una malattia, la morte di una persona cara, una profonda crisi della società in cui si vive, la paura e l’angoscia divengano un’altra volta insostenibili e che non si trovino più risorse per progettare qualche minima attività che ci rassicuri o ci dia piacere. In situazioni del genere forse l’uscita di sicurezza della morte è l’unica dimensione che potrebbe divenire, ahimè, non casuale.

 

10) Qual è per lei il senso della vita?

In parte il problema del senso della vita si presenta per me come un problema filosofico. Negli ultimi anni mi sono infatti interrogato, come forse altri fanno, sulla possibilità di dare un senso alla propria vita da parte di persone come me, atee e con una concezione naturalistica e secolarizzata della propria vita. Mi sembra vada completamente rifiutata la pretesa delle concezioni religiose secondo cui solo chi accetta le credenze in un autore della natura che ha progettato l’universo e in una immortalità dell’anima individuale può riuscire a dare un senso alla propria vita. Per me è del tutto incomprensibile come si possa riuscire a dare senso alla propria vita ricorrendo a credenze o dichiaratamente false o certamente molto opinabili. Dare senso alla propria vita è qualcosa che non può certo dipendere dall’accettare o meno le dottrine caratteristiche delle religioni, un tema, questo, che ho trovato sviluppato in molti libri recenti, come quello di Owen Flanagan, The Really Hard Problem. Meaning in a Material World, Cambridge (Mass.), Mit Press, 2007.

Ma questo modo di impostare la risposta è forse troppo astratto e quindi è solo un preliminare.  In concreto credo di avere già risposto in alcune delle questioni precedenti  facendo riferimento alle vie lungo le quali le relazioni affettive, le attività di insegnante, lo studio e la scrittura, la curiosità, il provare gusto per la letteratura, il cinema, la musica hanno per fortuna arricchito di qualche minimo senso la mia vita. Accettando la contingenza e la casualità della propria vita, il senso starà tutto in quel poco che siamo riusciti  a fare e nel piacere o curiosità che continuiamo a provare in certe situazioni. Forse non è molto, ma se basta ci si può arrischiare a dire che un senso c’è. Certo, se il nostro presente è pieno di dolore, angoscia e paura in modo continuativo e senza scampo, sarà difficile che la nostra vita abbia senso: solo morire potrebbe averne. Ma queste sono situazioni straordinarie e uniche, dato che nella quotidianità ciò per cui ci siamo impegnati e ciò per cui continuiamo a impegnarci, così come la trama delle relazioni che abbiamo, continua a dare alla nostra vita quel minimo di senso a cui ciascuno di noi - con la sua fragilità e finitezza - può aspirare.

 



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